La rivoluzione… avanza!

Italia rifiuti free
Sono trascorsi 16 anni dall'approvazione del decreto Ronchi e diverse cose sono cambiate. Tutto è avvenuto anche grazie al nostro lavoro per quella rivoluzione della gestione sostenibile dei rifiuti che ha cambiato gli stili di vita di tanti cittadini (basti pensare alla battaglia vinta contro i sacchetti di plastica non compostabile), ha raggiunto diversi territori considerati persi (come nel centro sud dove sono diversi i Comuni ricicloni), ha permesso lo sviluppo di esperienze industriali del riciclo, uno dei pilastri della nostra green economy.

La rivoluzione avanza
È una rivoluzione spiazzante. Le migliori esperienze di capoluoghi sul riciclaggio sono ormai al Sud (è il caso di Salerno che raggiunge il 68% di differenziata per i suoi 140mila abitanti o di Andria in Puglia al 70% per i suoi 100mila abitanti). Le migliori performance regionali negli ultimi anni sono quelle di Sardegna e Marche che, grazie al sistema di penalità/premialità sullo smaltimento in discarica, hanno diffuso le raccolta porta a porta, arrivando in pochi anni al 50% di differenziata. È una rivoluzione che ha creato una nuova economia. Si stanno diffondendo impianti innovativi come i digestori anaerobici per produrre compost ed energia rinnovabile. Si stanno affermando imprese che riciclano rifiuti una volta considerati non riciclabili: è il caso del rifiuto urbano residuo nelle cosiddette "fabbriche dei materiali", delle plastiche miste riciclate ad esempio dalla Revet toscana o degli impianti per recuperare materia dai pannolini usa e getta. Si stanno diffondendo le esperienze locali sulla prevenzione (campagne per l'acqua di rubinetto, compostaggio domestico, tariffazione puntuale, eco sagre, vendita di prodotti sfusi o alla spina, etc.) che cominciano a dare i primi risultati sulla minore produzione dei rifiuti (ha contribuito ovviamente anche la crisi).

I problemi irrisolti
Ci sono però ancora tante cose che non vanno. Sul fronte del riciclaggio le buone pratiche di raccolta differenziata sono rare in regioni in emergenza come Sicilia, Puglia e Calabria ma anche in Liguria e Valle d'Aosta, mentre al centro sud c'è ancora una carenza di impianti per trattare l'organico. Sulla riduzione ancora non ci siamo. Le politiche nazionali da parte del Ministro dell'ambiente sono assenti mentre la tassazione a carico delle famiglie, efficace anche per incidere sulla produzione rifiuti, è ancora iniqua e ignora il principio "chi inquina paga" (solo un migliaio di Comuni fa pagare con la tariffazione puntuale). Anche sui controlli le cose non vanno bene. Dopo il referendum sui monitoraggi ambientali del 1993, il sistema di Agenzie regionali per la protezione dell'ambiente si è andato strutturando in maniera non omogenea, con alcuni casi di eccellenza e altri caratterizzati da evidente inadeguatezza. Nel frattempo continuano a farla da padrone in diversi territori i "signori" delle discariche o degli inceneritori, che anestetizzano ogni sviluppo di un ciclo virtuoso dei rifiuti fondato su riciclaggio e prevenzione.

Le prossime sfide
La svolta è dietro l'angolo ma la strada non è in discesa. Sullo smaltimento in discarica dobbiamo pretendere il rispetto della direttiva europea e utilizzare la leva economica per aumentare i costi, modificando l'ormai superata legge sull'ecotassa del 1995. Le Regioni devono rimodulare l'attuale ecotassa, facendo pagare i Comuni in base al raggiungimento degli obiettivi di legge sulla differenziata. Sulla riduzione, la diffusione delle buone pratiche locali è importante, ma non basta. Il ministero dell'Ambiente deve adottare un serio programma nazionale di prevenzione, obbligando il mondo della produzione e della distribuzione, oltre a tutti gli altri soggetti (commercianti, agricoltori, artigiani, enti locali, aziende di igiene urbana) a cambiare rotta, come avvenuto con successo in Germania negli ultimi 20 anni utilizzando la leva economica. Chi produce più rifiuti deve pagare di più: questo deve valere per le aziende (ci sono imprese italiane che lavorano sul mercato nazionale, esportano in Germania e imballano lo stesso prodotto in due modi diversi e questo non è più accettabile) ma anche per i nuclei famigliari (il nuovo tributo sui rifiuti - la Tares - deve essere equo e puntuale per far pagare meno le famiglie più virtuose). Sul recupero energetico, il quadro impiantistico è ormai saturo.

Negli ultimi 10-15 anni al centro sud sono stati costruiti diversi impianti per bruciare i rifiuti, colmando un deficit infrastrutturale che per anni è stato raccontato furbescamente come una delle cause delle emergenze. In questo nuovo scenario non si dovranno più costruire nuovi inceneritori/gassificatori, che com'è noto non possono essere modulati nel flusso di rifiuti alimentati al forno (gli impianti di questo tipo, una volta realizzati, rimangono in funzione per 20/30 anni) e che quindi sono un evidente problema per la futura e auspicata massimizzazione del riciclo e lo sviluppo delle politiche di prevenzione. Gli inceneritori esistenti giunti a fine vita andranno poi smantellati e sostituiti da impianti per il recupero di materia e da digestori anaerobici, optando solo a determinate condizioni e in modo temporaneo per il recupero energetico negli impianti industriali esistenti. Massimizzando infatti il riciclaggio e le politiche di prevenzione, e non avendo grandi spazi come negli Usa per utilizzare la discarica come soluzione ponte, nella fase di transizione sarà possibile utilizzare il combustibile da rifiuti (Css) in parziale co-combustione nei cementifici o nelle centrali a carbone, per sostituire parte dei combustibili inquinanti utilizzati oggi (petcoke, polverino di carbone, etc.). Questa opzione andrà praticata laddove necessario (non ha senso dove ci sono inceneritori, a meno che non li si voglia dismettere), per quantitativi limitati a quello che non è altrimenti riciclabile, evitando rigidi obblighi di conferimento e optando per contratti brevi (per molti cementifici la priorità è la chiusura, visti il surplus nazionale di offerta, l'inquinamento causato e la loro localizzazione non rispondente alle esigenze del territorio, evitando la delocalizzazione all'estero).

Per quanto riguarda il rafforzamento del sistema dei controlli si deve passare attraverso una ridefinizione normativa del ruolo delle Agenzie per la protezione dell'ambiente, oltre che attraverso la condivisione delle buone pratiche messe in campo finora in diverse parti d'Italia, replicandole nei territori ancora scoperti. Per fare in modo che si possa ridurre e riciclare prima di tutto, occorre infine rivedere il sistema degli incentivi: la discarica e il recupero energetico devono essere le due opzioni più costose, il riciclaggio e la prevenzione quelle più economiche. Solo così potremo rendere l'Italia "rifiuti free", facendola diventare uno dei paesi capofila di quella società europea del riciclaggio ben delineata nella normativa comunitaria più recente.

Stefano Ciafani, vice presidente nazionale di Legambiente

 

 


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