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27 Luglio 2017 UN MARE DI RIFIUTI

 I mari sono inquinati, estremamente inquinati. Il Great Pacific Garbage Patch, più comunemente noto in Italia con il termine “isola di plastica”, ne è solo l’esempio più famoso. In realtà tutti gli oceani soffrono questo problema, rifiuti che si accumulano per via delle correnti oceaniche e che costituiscono un pericolo per la fauna e la flora dei nostri mari.
Il mare è ancora considerato la discarica per antonomasia, un posto dove buttare qualsiasi cosa, tanto nella sua immensità non si nota nulla. Ma il mare soffre, soffocato da una quantità indecifrabile di rifiuti. Dai dati dello studio svolto l’anno scorso da Legambiente ed Enea, la situazione risulta preoccupante: nei mari italiani in ogni km² si trovano 58 rifiuti, il 96% dei quali è costituito da plastica. Buste (16%), teli (10%), reti e lenze (4%), frammenti di polistirolo (3%), bottiglie (3%), tappi e coperchi (3%), stoviglie (2%), assorbenti igienici (2%), cassette di polistirolo intere o in frammenti (2%), lo studio ha evidenziato come la maggior parte dei rifiuti provenga da cattiva gestione a livello urbano, abbandono consapevole ed attività produttive, di cui quasi la metà provenienti dal settore della pesca.
«Il Mar Mediterraneo è gravemente minacciato dal marine litter – dichiara Stefano Ciafani, direttore generale Legambiente – che registra concentrazioni tra le più elevate a livello globale. Per questo è urgente che tutti i Paesi mediterranei intervengano in maniera comune per ridurre il problema del marine litter, dalla prevenzione alla ricerca scientifica, adottando anche misure drastiche come la messa al bando dei prodotti più inquinanti come i sacchetti di plastica non biodegradabili e compostabili, come già fatto da Italia, Francia e Marocco. È fondamentale continuare a studiare il fenomeno come fa anche la nostra associazione da anni con Goletta Verde e la campagna “Spiagge e fondali puliti”».
Purtroppo l’inquinamento dei mari si ripercuote inesorabilmente sulle coste, causando il corrispettivo fenomeno del beach litter. Tra il 2014 ed il 2017, attraverso Clean Up the Med, la più grande campagna di volontariato lungo le coste del Mediterraneo, coordinata da Legambiente, su 105 spiagge di 8 Paesi mediterranei (Italia, Algeria, Croazia, Francia, Grecia, Spagna, Tunisia, Turchia), è stato realizzato un monitoraggio scientifico sui rifiuti in spiaggia. I risultati dello studio hanno evidenziato come l’82% sia composto da plastica e la principale fonte d’inquinamento sia ancora una volta da ricercarsi all’interno della gestione dei rifiuti urbani.
Proprio l’esperienza italiana è stata protagonista alla Conferenza ONU sugli oceani tenutasi tra il 5 e il 9 giugno. A New York Legambiente ha presentato un focus sul Mediterraneo dal titolo “Multi-stakeholders Governance for tackling marine litter in the Mediterranean Sea”. Il monitoraggio dell’inquinamento marino, capitanato dalla nostra associazione, rappresenta, come ricorda Ciafani, «un’esperienza diffusa di monitoraggi scientifici praticata in tutto il paese dai nostri circoli locali, comitati regionali, soci e volontari, considerata da più fonti istituzionali internazionali come una delle esperienze più avanzate al mondo di citizen science, il contributo che i cittadini organizzati possono dare alla conoscenza dei problemi ambientali».
Inoltre, secondo il rapporto 2016 “Marine litter vital graphics” dell’Unep (United Nations Environment Programme) e Grid-Arendal, l’impatto economico dei rifiuti nei mari del nostro Pianeta è pari a 8 miliardi di euro. Per quanto riguarda l’Europa, invece, secondo uno studio Arcadis, che prende in considerazione solo i settori del turismo e della pesca, l’effetto del marine litter ha un costo di 476,8 milioni di euro. Problemi a cui si potrebbe far fronte tramite politiche di prevenzione, ad esempio con l’adozione degli obiettivi Ue, l’utilizzo di un unico standard di valutazione, l’aumento del riciclaggio dei rifiuti e del packaging, la riduzione e l’eliminazione delle discariche.
Risulta quindi indispensabile una cooperazione internazionale, che coinvolga governi, istituzioni, associazioni, stakeholder economici e produttivi: un lavoro congiunto per limitare al massimo i danni che abbiamo causato e continuiamo a causare agli ecosistemi marini. Abbiamo distrutto la biodiversità e messo in pericolo la nostra salute, è giunta l’ora di porre un rimedio.

 

 

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